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Sentire il rumore … col naso! Strana scoperta in Israele

Lo hanno scoperto e testato presso il Weizmann Institute of Science di Rehovot, Israele. A quanto pare avremmo la capacità di percepire o meno il fastidio dei rumori grazie al nostro naso! Non che le orecchie siano entrate in sciopero, qui la “colpa” è tutta del nostro cervello.

Precisamente il tutto avviene nella parte di cervello chiamata Amigdala, dove confluiscono le informazioni sensoriali e dove risiedono i “comandi” delle emozioni legate alla paura e all’istinto di conservazione. Tutte queste informazioni vengono analizzate e decodificate in modo che possiamo reagire ad ognuna nel giusto modo. Ma con il passare dei secoli, con l’allontanarsi da ambienti liberi e silenziosi (pianure, boschi, montagne) la nostra Amigdala viene sempre più “inquinata” da sensazioni in eccesso. E così può capitare che qualcuna si mescoli e che si crei una sorta di “confusione sensoriale” che altera la nostra percezione.

Nel corso dell’esperimento israeliano, ad alcuni volontari venivano fatti ascoltare dei suoni. In un secondo momento, ai suoni venivano associati degli odori … profumati o molto puzzolenti. Il risultato è stato che le persone che ascoltavano i suoni insieme al profumo, riuscivano a rilassare la mente al punto da concentrarsi e percepire anche le più piccole variazioni. Di contro, chi ascoltava i suoni tra la puzza tendeva a concentrarsi più sull’odore e a percepire il suono distorto o quasi inesistente. Ecco spiegato perchè, ad esempio, in una zona altamente trafficata ci si abitua subito al rumore delle auto: la puzza dell’inquinamento intorno “intontisce” la nostra attenzione al suono e ce lo fa percepire minore, quasi annullato. Col paradossale risultato che la voglia di scappare verso la natura ci viene quando la città è più vuota e più pulita, quando il rumore delle poche macchine in giro stressano le nostre orecchie come non mai.

Fonte: www.guidone.it

Da Beethoven a Sting, problemi all'udito per un musicista su due

Secondo una recente ricerca audiologica condotta in Nuova Zelanda, più della metà dei musicisti adulti lamenta un deficit uditivo.

 - “Abbassate il volume o rischiate di diventare sordi come me. Senza volerlo ho contribuito a inventare e definire un tipo di musica che può danneggiare l’udito”. Parlava così, nel 2006, il chitarrista degli Who Pete Townshend, lanciando alla ‘generazione iPod’ il suo appello-confessione. -

Non certo un caso isolato, il suo, se si pensa che secondo una recente ricerca audiologica condotta in Nuova Zelanda, più della metà dei musicisti adulti lamenta un deficit uditivo. E così, nella storia della musica passata e recente, sono molti i ‘vip del pentagramma’ a soffrire di udito debole: da Beethoven a Sting, da Phil Collins a Eric Clapton, ad artisti di casa nostra come il cantautore Gino Paoli. Il livello sonoro di un’orchestra sinfonica a pieno regime è intorno ai 110 decibel, ben superiore al rumore prodotto dal passaggio di una metropolitana (circa 90 decibel) o da un martello pneumatico (100 decibel a una distanza di 3 metri), spiegano gli esperti audiologi che, alla vigilia del 64esimo Festival di Sanremo, hanno realizzato un vademecum salva-udito. E così molti musicisti, indipendentemente dal genere suonato – non solo rock, ma anche pop, jazz e classica – sono esposti al rischio di perdite uditive in occasione dei concerti, durante le prove di gruppo e negli studi di registrazione, dove fanno uso di cuffie e altoparlanti per lungo tempo. Il paziente noto più illustre resta forse Ludwig Van Beethoven. Nonostante i problemi di ipoacusia che lo afflissero già prima dei 30 anni, continuò a comporre, condurre e suonare capolavori come la Nona Sinfonia anche dopo che fu diventato del tutto sordo. Uno studio pubblicato sul ‘Bmj’ nel 2011 svelò che i problemi di udito condizionarono il compositore tedesco anche nella scelta delle note. E ancora: Sting, ex leader dei Police e fra i più famosi esponenti del pop britannico, nel 1995 confessò di avere problemi di udito. “Molte persone che fanno la mia professione sono un po’ sorde”, disse. Nel 2003 l”outing’ toccò a Phil Collins, ex batterista dei Genesis e vincitore di 7 Grammy Award e un Oscar: il musicista inglese decise di rinunciare ai concerti a causa di un grave disturbo uditivo, e raccontò che per un’infezione virale “ho perso il 70% dell’udito all’orecchio sinistro. Continuo a incidere dischi, ma ho dovuto smettere di fare concerti”.

Udito ‘tallone d’Achille’ anche per il chitarrista blues britannico Eric Clapton, tre inserimenti nella Rock’n'Roll Hall of Fame. Così come per il batterista dei Metallica Lars Ulrich, che confessò di soffrire da parecchi anni di acufene, spiegando che il problema iniziò nel 1988 e andò via via peggiorando dopo i grandi tour mondiali della band: “Ho suonato rock ad alto volume per 35 anni – disse – e in passato non usavo protezioni per le orecchie. Sento un ronzio costante nelle orecchie e non se ne va mai del tutto”.

Ma anche alcuni cantanti italiani hanno rivelato di non sentirci benissimo, ricorda la nota. Ad esempio Gino Paoli, che dichiarò di essere “vittima di una vita trascorsa accanto agli amplificatori”. Mentre per Red Canzian, bassista dei Pooh, “tutti i musicisti figli del beat oggi hanno problemi di udito, perché negli anni ’60 e ’70 si tenevano gli amplificatori sulla scena e i cantanti erano investiti alle spalle da suoni violenti”

Fonte: www.adnkronos.com

Sentire con gli occhi

La corteccia uditiva si attiva anche con la vista.

Vedere fotografie associate a un suono, per esempio un trombettista con le guance gonfie che soffia nello strumento, attiva in soli 110 millisecondi il giro temporale superiore (BA38), cioè la regione cerebrale associata alla percezione uditiva, implicata anche nelle allucinazioni uditive. Cosa che non si verifica se l’immagine è priva di riferimenti sonori.
La stretta associazione delle informazioni visive con quelle uditive a cui sono più frequentemente abbinate, già nota ai cineasti dell’epoca del muto, è stata scoperta dal gruppo di ricerca di Alice Mado Proverbio docente di Psicobiologia dell’Università di Milano-Bicocca, composto da Roberta Adorni e Guido D’Aniello, in collaborazione con Alberto Zani dell’Istituto di bioimmagini e fisiologia molecolare del Consiglio nazionale delle ricerche di Milano (Ibfm-Cnr)

“Questo meccanismo”, spiega Alice Mado Proverbio, “si basa sui neuroni specchio audiovisivi e consente al nostro cervello, per esempio, di ricavare l’immagine di un gatto ascoltando il suo miagolio o la voce di una persona guardando una sua foto. I neuroni audiovisivi sono responsabili anche di fenomeni quali le allucinazioni uditive, se sollecitati da stati emotivi particolari come la paura. Basti pensare a quando, condizionati dal buio, crediamo di avvertire rumori che temiamo – scricchiolii, rumore di passi -  nonostante il perfetto silenzio”.
Per l’esperimento sono stati reclutati 15 studenti universitari, maschi e femmine, senza alcun disordine neurologico, né psichiatrico e che non avessero assunto farmaci o droghe. “Il campione è stato addestrato a eseguire un compito secondario rispetto agli stimoli indagati, per esempio premere un tasto alla vista di una gara ciclistica”, chiarisce Proverbio, “mentre sullo schermo apparivano 300 fotografie colorate per circa un secondo a intervalli di 1.500–1.900 millisecondi. Benché le immagini fossero simili come luminanza, grandezza, valore affettivo, soggetti raffigurati, solo la metà evocava un suono specifico quale il pianto di un bambino, un martello pneumatico, campane, canto lirico”.
Scopo dell’esperimento la misurazione dell’attività bioelettrica cerebrale prodotta dagli scambi sinaptici tra neuroni sottostanti, registrata da 128 sensori. Questa metodologia consente di misurare l’attività elettrica dei neuroni (potenziali correlati ad eventi) che varia a seconda della stimolazione visiva.
“Grazie alla tecnica chiamata Loreta (Low-resolution electromagnetic tomography)”, aggiunge Alice Mado Proverbio, “siamo riusciti a ricostruire con immagini tridimensionali in che ordine si attivano le diverse aree cerebrali, millisecondo per millisecondo, mentre una persona immobile osserva delle fotografie”.

“I dati evidenziano come il cervello sia in grado di estrarre informazioni associate ai suoni, normalmente udibili in quelle condizioni, un decimo di secondo dopo la presentazione dell’immagine, attivando la corteccia temporale superiore, il giro temporale inferiore e medio e, poco dopo, anche la corteccia uditiva primaria (BA41), allo stesso modo dei suoni percepiti realmente o delle allucinazioni uditive”, chiarisce Alberto Zani dell’Ibfm-Cnr di Milano. “L’esistenza di fenomeni di integrazione audiovisiva in questa regione del cervello spiega perché la vista del labiale favorisce la comprensione dei suoni linguistici, cosa che non avviene per esempio al telefono. Mentre un labiale incongruente con l’ascolto altera la percezione uditiva. Questo è il primo studio nell’uomo che offre dati neurofisiologici diretti sull’esistenza dei neuroni specchio audiovisivi già identificati nella scimmia”, conclude Alice Mado Proverbio.

 

Fonte: www.italiasalute.it

Importante intervenire tempestivamente sul danno uditivo

“Sentire bene per allenare la mente”

Tanto più si hanno problemi di udito, tanto più si rischia di incorrere nello sviluppo di una demenza: “Oggi sappiamo che tra ipoacusia e demenza esiste una relazione bidirezionale: un grave deficit uditivo è in grado di aumentare di ben 5 volte, in maniera indipendente rispetto ad altri fattori, il rischio di sviluppare demenza”. A spiegarlo è Alessandro Martini, Direttore del Dipartimento di Neuroscienze e Organi di Senso e docente di Otorinolaringoiatria, Azienda Ospedaliera Università di Padova: “Dobbiamo quindi intervenire tempestivamente sul danno uditivo, con opportuni test audiometrici e i giusti apparecchi acustici, in modo da contrastare il più possibile il decadimento della funzione uditiva.

Rallentare anche di un solo anno l’evoluzione del quadro clinico, porterebbe a una riduzione del 10% del tasso di prevalenza della demenza nella popolazione generale, con un notevole risparmio in termini di risorse umane ed economiche”. Stando ai dati, oltre 7 milioni di italiani e 590 milioni di persone nel mondo convivono con un deficit dell’udito e vanno incontro a un rischio maggiore di sviluppare forme di demenza: Il pericolo di decadimento cognitivo è direttamente proporzionale al livello di ipoacusia: può aumentare fino a 5 volte nei casi più gravi di sordità e per ogni peggioramento dell’udito di 10 decibel si registra una crescita del rischio di demenza di circa 3 volte.

Come spiega Roberto Bernabei, Direttore Dipartimento per l’Assistenza Sanitaria di Geriatria, Neuroscienze e Ortopedia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, nei prossimi 30 anni la percentuale di anziani raddoppierà e nel 2050 gli ultrasessantenni saranno quasi 2 miliardi (il 21% della popolazione mondiale). Nello stesso periodo, anche le persone affette da sordità raddoppieranno e supereranno il miliardo, mentre gli individui con una forma di demenza triplicheranno e saranno più di 100 milioni: “L’allungamento della vita media è un dato di fatto. Dobbiamo prendere atto di come il fenomeno dell’invecchiamento della popolazione sia correlato alla demenza e al deficit dell’udito. Ebbene, se oltre il 50% delle persone con più di 85 anni ha un deficit cognitivo e quasi il 90% ha un disturbo dell’udito, c’è il rischio paradossale di arrivare tutti a vivere fino a 100 anni di età, ma senza accorgercene”.

Secondo gli esperti è possibile ritardare l’invecchiamento cognitivo tramite l’uso di apparecchi acustici e una maggiore attenzione verso la prevenzione e l’identificazione precoce della sordità. Eppure, gli apparecchi acustici sono fortemente sotto-utilizzati nel nostro Paese: si stima che l’età media degli italiani “portatori” di apparecchi acustici sia di 74 anni, contro una media europea di 60,5 anni. “È un problema culturale – conclude il professor Bernabei -. Se un bambino sente poco è automatico suggerire una soluzione acustica, se un cinquantenne non riesce più a leggere il giornale è automatico che inforchi gli occhiali: è mai possibile che su oltre 7 milioni di italiani ipoacusici solo 700.000 portino gli apparecchi acustici?”.

Fonte: www.ilsole24ore.com

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Quando il diabete ‘pesa’ sull’udito – “E’ una complicanza sottovalutata”

“Diabete e Udito”  un legame pericoloso tra diabete e perdita uditiva.
Sebbene ci siano ancora una serie di aspetti da indagare e approfondire, gli studi  a disposizione mettono in evidenza che una persona con diabete ha una probabilità doppia di sviluppare un deficit dell’udito. In particolare, la relazione sembra essere più forte per il diabete di tipo 2, la forma più diffusa di diabete che colpisce più spesso dopo i 40-45 anni. Gli studi suggeriscono il termine di “cocleopatia diabetica”, che consiste nella diminuzione delle capacità uditive dovute ad alterazioni nell’orecchio interno e che può essere considerata una sorta di complicanza del diabete.

Quali sono i meccanismi con cui si determina questa associazione?
Il diabete sembra avere effetti sulla coclea con cambiamenti nelle pareti dei piccoli vasi e della membrana basale. L’iperglicemia e alcune alterazioni ad essa associate, ad esempio dei lipidi o della pressione arteriosa, possono provocare cambiamenti a livello delle strutture nervose e vascolari del sistema uditivo. Questi danni strutturali possono quindi tradursi in danni funzionali. L’iperglicemia è poi responsabile della formazione dei radicali liberi dell’ossigeno, sostanze tossiche che creano dei meccanismi di danno cellulare e che sembra possano avere un ruolo importante nel danno neurosensoriale che porta alla perdita di udito nella persona diabetica. Riconducibili al diabete sono infine anche le manifestazioni cutanee che possono comparire a livello del padiglione auricolare.

In che modo il legame fra diabete e perdita uditiva può avere un impatto sulla qualità di vita?
Diabete e ipoacusia, già presi in considerazione singolarmente, possono avere effetti negativi sulla qualità di vita delle persone. L’impatto del diabete può essere notevole: pensiamo non solo alle complicanze della malattia, che possono coinvolgere gli occhi, i reni, il sistema nervoso, ma anche alla necessità di dover seguire una terapia cronica con frequenti iniezioni di insulina e di effettuare periodici controlli medici. Anche i disturbi dell’udito si associano a situazioni che tendono a peggiorare la qualità di vita, come ad esempio la ridotta partecipazione alla vita sociale, il rischio di deficit cognitivo, la depressione, le cadute. È quindi evidente che quando alle complicanze del diabete si aggiungono anche le problematiche derivanti dall’ipoacusia, la persona subisce un netto peggioramento della propria qualità di vita e va incontro a maggiori rischi per la propria salute.

Perché in un paziente diabetico è importante prendere in considerazione questa associazione?
Non ci sono dubbi che una maggiore consapevolezza dell’associazione fra diabete e problemi uditivi si tradurrebbe in importanti implicazioni pratiche. Prestare attenzione alla funzione uditiva in un soggetto diabetico permetterebbe, infatti, sia di individuare eventuali deficit uditivi funzionali non ancora diagnosticati, sia di attuare forme di intervento adatte a restituire la funzione uditiva a queste persone. Può essere però utile anche ragionare nell’altro senso: l’inserimento di controlli di routine della glicemia per le persone con deficit uditivo potrebbe contribuire alla diagnosi precoce del diabete, permettendo di iniziare gli opportuni trattamenti. Questo aspetto andrebbe tuttavia ulteriormente approfondito attraverso studi specifici. La consapevolezza del legame tra diabete e ipoacusia potrà tradursi in un miglioramento della salute di molte persone.

Fonte: liberoquotidiano.it

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Terza età, attenzione all'udito: non sentire rimpicciolisce il cervello

Le conseguenze potrebbero andare oltre l’incapacità di percepire i suoni

I problemi d’udito fanno rimpicciolire il cervello.

A svelarlo è uno studio condotto in collaborazione dai ricercatori della Johns Hopkins University e del National Institute on Aging, che hanno fatto chiarezza sull’argomento dimostrando che l’atrofia cerebrale è una conseguenza più che la causa della perdita delle capacità uditive.

Già in passato alcune ricerche avevano rilevato l’associazione tra i problemi d’udito e cambiamenti nella struttura del cervello. In particolare, era già noto che nelle persone che convivono con questo tipo di problematica le aree cerebrali coinvolte nell’elaborazione dei suoni tendono ad essere più piccole, ma nessuno aveva mai spiegato se queste alterazioni risalissero a prima o dopo la perdita dell’udito. Monitorando attraverso risonanze magnetiche la struttura del cervello di 126 individui per ben 10 anni gli autori di questo nuovo studio hanno scoperto che nei partecipanti che all’inizio della ricerca avevano già problemi d’udito la velocità di progressione dell’atrofia cerebrale era maggiore di quanto rilevato nelle persone che ci sentivano bene, tanto che i problemi di udito sono risultati associati alla perdita di un centimetro cubo di tessuto nervoso in più ogni anno.

In presenza di capacità uditive ridotte le alterazioni riguardano regioni specifiche del cervello, come il giro superiore, medio e inferiore, tutte aree coinvolte nell’elaborazione dei suoni e del linguaggio . Come ha spiegato Frank Lin, coautore dello studio, questi cambiamenti potrebbero essere la conseguenza della mancata stimolazione delle aree coinvolte nelle funzioni uditive. Tuttavia, ha precisato l’esperto, queste strutture non lavorano in modo isolato e per questo la perdita dell’udito potrebbe colpire il cervello sotto diversi punti di vista. Per questo motivo bisognerebbe dare importanza ai problemi d’udito sin dal loro esordio. “Se la perdita dell’udito contribuisce potenzialmente a queste differenze che abbiamo osservato con la risonanza magnetica – ha sottolineato Lin – bisogna trattarla prima che questi cambiamenti strutturali nel cervello abbiano luogo”.

Fonte: salute24.ilsole24ore.com

 

 

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Non è vero che i non vedenti hanno un udito migliore

Si sente spesso dire che quando manca la vista l’udito diventa così sorprendente da permettere ai non vedenti di orientarsi nello spazio. Ma questa specie di ‘sesto senso’ sarebbe un falso mito, secondo quanto riportato da uno studio che sara’ presentato per la prima volta alla nona edizione del Forum di Neuroscienze della Federation of European Neuroscience Societies (FENS), che si terra’ a Milano dal 5 al 9 luglio. La ricerca, condotta da Monica Gori, Tiziana Vercillo, Giulio Sandini, Elena Cocchi e David Burr dell Istituto Italiano di Tecnologia di Genova e dalla sua equipe in collaborazione con l’istituto David Chiossone di Genova, ha coinvolto bambini con disabilita’ visiva dalla nascita.

Durante l’esperimento gli scienziati hanno sottoposto i bambini a una serie di stimoli uditivi complessi, chiedendo loro di stabilire da dove provenisse un determinato suono. “Tutte le misure fatte finora in altri esperimenti consideravano stimoli uditivi singoli, quindi piu’ semplici di quelli che siamo abituati a sentire nell’ambiente che ci circonda”, dice Monica Gori. “Noi per la prima volta abbiamo ricreato una situazione complessa e piu’ simile a quella in cui un bambino non vedente e’ normalmente immerso ogni giorno”. Lo stesso esercizio era stato realizzato qualche mese fa nel corso di un altro esperimento condotto da Gori e colleghi su un gruppo di adulti con cecita’ congenita. I risultati, pubblicati lo scorso febbraio sulla rivista Brain, avevano evidenziato una grande difficolta’ nell’interpretare gli stimoli uditivi complessi. Oggi, i dati ricavati dagli esperimenti sui bambini confermano quanto emerso dallo studio sugli adulti: i ciechi non sentono meglio. “Anzi, nelle normali condizioni quotidiane sentirebbero persino peggio. Persone con disabilita’ visiva congenita hanno problemi a localizzare la provenienza nello spazio di un suono quando viene chiesto loro di isolarlo rispetto agli altri suoni percepiti”, spiega Gori. Si tratta un risultato che ribalterebbe completamente un dibattito scientifico durato anni. Ma secondo Monica Gori questa scoperta non e’ cosi’ controintuitiva. La visione è una modalità fondamentale per capire come è strutturato lo spazio che ci circonda. Basta pensare all’effetto ventriloquo, in cui la voce del mimo viene catturata dal movimento visivo delle labbra.

Tuttavia finora era emerso che i non vedenti umani avessero capacita’ uditive maggiori dei normodotati. Eppure questo risultato contrasta con i risultati ottenuti negli esperimenti sugli animali: questi suggerivano, infatti, che la mancanza di visione puo’ compromette lo sviluppo di mappe spaziali nel collicolo superiore. I risultati di Gori chiarificano questo dibattito: in assenza di visione e’ possibile sviluppare alcune capacita’ uditive spaziali semplici che permettono per esempio di localizzare un suono nello spazio, come intuire dove si trova una persona che parla, ma non quelle complesse come capire come sono posizionate o quanto sono distanti tre persone che parlano tra loro. E visto che viviamo in un mondo molto complesso queste conoscenze sono fondamentali per permettere la nostra inclusione nell’ambiente che ci circonda. (AGI) .same day essays essay writing service

1° Corso di aggiornamento in Audiologia

L’ipoacusia rappresenta una delle principali cause di disabilità sociale ed i soggetti che ne sono affetti sono sempre più numerosi. Una corretta diagnosi ed una idonea protesizzazione acustica rappresentano i prerequisiti fondamentali per evitare tale disabilità. I disturbi dell’equilibrio acuti e cronici possono verificarsi in qualsiasi periodo della vita e rappresentano una delle principali cause di richiesta di consulto con il medico di base o con uno specialista.

Otomed Audioprotesi in collaborazione con Samnium Medica Soc. Coop. ha organizzato il 1° corso di aggiornamento in Audiologia. Il corso, tenutosi presso la sala convegni delle Terme Stufe di Nerone a Bacoli, ha  trattato due argomenti  molto interessanti, la Protesizzazione Acustica e la condizione del Paziente Vestibolopatico.

L'orecchio di Santa Claus


C’era una volta un re… Con queste parole potrebbe cominciare anche la storia di Babbo Natale. Sì, perché una delle leggende che alimentano la sua origine ha come protagonista non proprio un re, ma un nobile signore caduto in povertà, tanto da non avere la possibilità di far sposare le sue tre figlie.

San Nicola, nato a Patara, in Turchia, da una ricca famiglia e divenuto vescovo di Myra, in Lycia, nel IV secolo d.C., addolorato dal pianto e commosso dalla preghiera del nobil uomo, decise di intervenire lanciando per tre notti consecutive, attraverso una finestra sempre aperta del vecchio castello, i tre sacchi di monete che avrebbero costituito la dote delle ragazze. La prima e la seconda notte le cose andarono come stabilito; tuttavia la terza notte San Nicola trovò la finestra inspiegabilmente chiusa. Deciso comunque a mantenere fede al suo proposito, il vecchio dalla lunga barba bianca si arrampicò sul tetto e gettò il sacchetto di monete attraverso il camino, facendo la felicità del padre e delle sue tre figlie. Dunque, il primo portatore di doni della storia è stato San Nicola di Bari. Amato e venerato un po’ in tutta Europa, soprattutto in Belgio e in Olanda, veniva ricordato il 6 dicembre.

Quando gruppi di immigrati olandesi si spostarono in America, fondando Nuova Amsterdam, divenuta in seguito New York, portarono con loro anche le tradizioni, tra cui San Nicola, che nella loro lingua si chiamava Sinter Klass. Il personaggio piacque ben presto anche ai coloni inglesi che trasformarono il nome in Santa Claus, la cui traduzione in italiano è solitamente Babbo Natale. Nel corso dell’Ottocento il personaggio ha cambiato mezzo di trasporto: non più un asinello bianco, ma una slitta dotata di otto renne, i cui nomi originali sono Dasher, Dancer, Prancer, Vixen, Comet, Cupid, Donder e Blitzen. Oggi, quest’anziano signore corpulento, gioviale ed occhialuto, vestito di un costume rosso con pelliccia bianca ed una lunga barba anch’essa bianca, la sera della vigilia di Natale, sale sulla slitta trainata dalle renne volanti e va di casa in casa portando i regali ai bambini, calandosi dal caminetto. Durante il resto dell’anno vive nel villaggio di Korvatunturi, in Lapponia, dove si trova l’ufficio postale e dove si occupa della costruzione dei giocattoli nel suo laboratorio artigianale con la signora Natale ed i suoi aiutanti elfi. Il nome finlandese del villaggio significa “montagna-orecchio”, perché la montagna presso la quale è il villaggio somiglia alle orecchie di una lepre ed è proprio da queste grandi orecchie che Babbo Natale ascolta ciò che fanno i bambini, per decidere se meritano o meno i doni.

Auguri di un Felice Natale

Pocket Audiometer – test audiometrico in una App

  La tecnologia a supporto della medicina!

Pocket-Audiometer è nata dalla collaborazione stretta e sinergica di due ingegneri biomedici e un medico chirurgo otorinolaringoiatra dell’Ospedale Cardarelli di Napoli, per questo motivo è stata prestata attenzione ad ogni minimo particolare portando su iPhone ogni funzione presente sui “reali” audiometri.

Tra l’altro Apple ha dovuto inoltrare tale app all’FDA per una approvazione, in quanto questa app trasforma l’iPhone da normale smartphone a dispositivo medico portatile.

Questa app è rivolta quindi ai professionisti del settore che potranno agevolmente eseguire l’esame audiometrico a domicilio del paziente o nel proprio studio, ma anche a chi vuole tenere costantemente sotto controllo il proprio udito.

Nonostante le finalità dell’audiometro portatile siano essenzialmente di screening, nelle mani di un medico specializzato può essere utilizzata anche a livello professionale. Infatti questo audiometro portatile può essere facilmente collegato ad una cabina silente e a cuffie ed archetto per la via ossea.

L’applicazione è disponibile su App Store al prezzo di 29,99€.

Fonte:  http://www.iphoneitalia.com